Il nome dei piatti…concretezza vs fantasia

P: La battaglia degli ultimi anni nel mondo della cucina si é allargata anche al nome dei piatti, qualcosa che deve raccontare, descrivere ciò che contiene il piatto. Se da un lato la concretezza aiuta, facilita a scegliere un piatto in un ristorante o a rivelare ai propri ospiti ciò che abbiamo preparato, dall’altro, a mio modo di vedere toglie magia, voglia di sognare.
Ricordo la prima volta che sono stato al Joia di Pietro Leemann, già solo la lettura del menù era una scoperta, un’emozione, accendeva un piccolo sogno dal momento in cui cominciava l’attesa per il piatto; ed essendo la cucina un’arte credo che questo sia uno strumento fondamentale per esprimere le proprie sensazioni, per trasmettere uno stato d’animo o un’esperienza.
Se ci fermiamo un attimo ci accorgiamo che anche la nostra stessa tradizione è più vicina a raccontare una storia, basta pensare anche solo al nome della “Cassoeula” milanese, un piatto così chiamato dall’attrezzo che veniva usato per mescolare.
Inventate, sperimentate, sognate…

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Nota di Giacomo: Sono perplesso, perdona la franchezza Paolo ma al ristorante non vado per sognare ma per mangiare, assaporare, gustare, godere del convivio. Per sognare, preferisco il cinema. Sono d’accordo con te sul potenziale valore aggiunto dato da un nome che non rappresenti il semplice elenco degli ingredienti, tuttavia, ritengo che l’onestà in cucina sia tutto e, forse, spesso il nome incomprensibile di un piatto rappresenta la creatività dello chef coi vocaboli utile a mascherare la mancanza di creatività in cucina.